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By Autobiografia di Carlo Tresca. Introduzione e note di Nunzio Pernicone

In vari momenti della sua carriera, Carlo Tresca ha definito se stesso socialista, sindacalista e anarchico. in line with gli studiosi che insistono con le etichette, anarco-sindacalista è l. a. definizione che meglio descrive los angeles posizione di Tresca nella gamma dei movimenti delle ideologie rivoluzionarie. Ma Tresca non può essere classificato nettamente e messo in una casella. Tra i meno settari dei rivoluzionari, giudicava gli uomini dalle loro azioni, non dalla bandiera alla quale prestavano obbedienza. A causa del suo approccio pragmatico al pensiero ed all'azione, Tresca resta un personaggio fuori dai ranghi tra gli anarchici italiani in the USA. Molti di costoro lo amavano; altri lo consideravano una character non grata. Di conseguenza, gli angusti limiti del movimento anarchico non costituiscono il contesto appropriato according to studiare e apprezzare l'uomo che Max Nomad definì in modo molto appropriato come "ribelle senza uniforme." l. a. sua carriera dev'essere collocata invece nei più vasti confini del radicalismo e del sindacalismo italo-americani.
Questo l'ambiente culturale e politico nel quale, in keeping with circa quarant'anni, Carlo Tresca si distinse come ardente freelance della rivoluzione, tribuno dinamico che guidò i lavoratori italiani immigrati in innumerevoli battaglie contro le forze del capitalismo, del fascismo e del comunismo. Ma, come noto, le sue best battaglie furono combattute a Sulmona, come Segretario della locale sezione del Sindacato Fuochisti e Macchinisti (ferrovie) e come direttore del giornale socialista Il Germe.

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Ciò mi fece optare per un mio metodo personale. Senza dir nulla ai miei amici socialisti e a nessun altro, decisi di portare la propaganda tra i contadini nei luoghi dove essi si riuni­ vano. Qui avevo un vantaggio su Corsi, poiché conoscevo la mia città ed ero ben conosciuto dai contadini. Il luogo di riunione più frequentato dai contadini era la cantina. Fu curioso osservare i con­ tadini, quando mi videro entrare la prima volta nella loro taverna. Ero sempre il figlio di un grande proprietario terriero.

Ero diventato un uomo e mia madre, laggiù in Italia, era diven­ tata un’anziana signora, amata e rispettata devotamente. Le sue idee sulla morale, la società e la religione erano molto lontane dalle mie, ma lei mi capiva. Mi spedì in prigione un suo ritratto insieme alle sue benedizioni. La foto fu il coronamento della mia carriera; mia madre l’aveva fatta apposta per me, seduta su una grossa sedia, leggendo l’Avvenire, il giornale che allora stavo dirigendo a New York, sop­ presso, in seguito, per la sua politica antimilitarista.

Lacrime ardenti, come gocce di lava. Romanticherie? Si. Era l’età delle romanticherie, ma non per me. Il richiamo della lotta era più forte di quello dell’amore. Passeggiavo lungo la strada, pensieroso. Visioni della guerra mi venivano alla mente, quando una voce, dolce e gentile, mi chiamò... ” Era mia madre. Mi disse di essere al corrente di tutto e che il cuore le stava scoppiando. Maledisse l’altro mio compagno. Ero troppo giovane e troppo ingenuo per capire. Non dovevo andare e abbandonarla nella disperazione.

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